Italian IA Summit

Silvia Mantovani coding, soluzioni digitali

GetConnected all’Italian Information Architecture Summit

 

“Ci sono persone che realizzano software che si può usare, e ci sono quelle che mettono in fila linee di codice”.

Come ha detto uno degli speaker dello IA Summit, che si è tenuto a Bologna il 24 e 25 novembre, “bisogna insegnare alle aziende italiane che quando parliamo di design 

dell’interazione parliamo di progettazione, non parliamo di sedie”; e guardando a questa parte fondamentale della progettazione software abbiamo deciso di spendere una giornata al Camplus Bononia.

La prima giornata è stata dedicata a una serie di workshop di UX e interface design (Lego Serious Play, Card Sorting, Conversation Design e altre amenità), mentre la seconda, a cui abbiamo partecipato, ha preso la forma più tradizionale di una conferenza con speaker italiani e stranieri.

 

Il livello degli interventi è stato estremamente eterogeneo, per cui ci limitiamo a nominare quelli che più hanno stimolato il nostro interesse, partendo da quello più strettamente tecnico: la presentazione di Giorgio Robino dedicata al metalinguaggio Chatscript per la realizzazione di chatbot basati su regole. Robino è ingegnere del software, appassionato di chatbot e organizzatore di community, e ha mostrato diversi esempi di applicazioni del motore.

La punta di diamante degli speaker è stato però James Giangola, Creative Lead, Conversation Design & Person di Google, che con la sua illustrazione del principio cooperativo ci ha chiarito un buon decennio di errori nella progettazione delle interfacce vocali. L’assunto di base è che le conversazioni umane tendano implicitamente a raggiungere un risultato collaborativo, e che quindi i computer debbano evitare di ripetere la celebre gag: “Sai dirmi che ore sono?” “sì”, in cui la risposta è corretta ma non c’è un progresso nella ricerca dell’obiettivo.

 

Ecco alcuni link per approfondire:

https://developers.google.com/actions/design/

https://design.google/library/conversation-design-speaking-same-language/

 

 

Abbiamo ritrovato (anche qui!) un rappresentante del mondo Atlassian, David Peter Simon, ricercatore di design che ha parlato però non di strumenti di produttività ma di automobili a guida autonoma e dei relativi problemi etici. Ad esempio: se rischio di investire due uomini o un bambino, cosa scelgo? Potete leggere di più su questo articolo di Wired

 

Infine, è stato particolarmente affascinante l’intervento di Alberta Soranzo, forse più vicino al mondo delle HR che a quello informatico: dedicato a come il linguaggio e l’uso delle parole plasmano l’ambiente di lavoro, ha fornito numerosissimi spunti tra cui il richiamo alla “Theory X vs Theory Y”, di cui questa immagine fornisce una sintesi.

“E quindi? Avete sentito parlare di parole per un’intera giornata?” si chiederà qualcuno che è arrivato fino a questo punto. La risposta viene da Yvonne Bindi: “Le parole non stanno sulle interfacce, le parole sono le interfacce. Lavorare sul linguaggio è un atto di design.”